Le zecche sono artropodi, parenti di ragni, acari e scorpioni. Se ne conoscono circa 900 specie nel mondo, raggruppate in tre famiglie di cui le principali sono Ixodidae (zecche dure) e Argasidae (zecche molli).
Sono insetti ematofaghi, per i quali il pasto di sangue è necessario per passare da uno stadio evolutivo all’altro (larva, ninfa, adulto) e, nelle femmine, per la maturazione delle uova.
Non sono molto selettive nella scelta dell’organismo da parassitare e la loro attività in genere si concentra nei mesi caldi.
Vivono in habitat forestali, soprattutto nei boschi decidui, nel sottobosco, nelle radure e nelle zone di transizione tra foresta e prato.
Le zecche non saltano e non volano, ma si appostano all’estremità delle piante aspettando il passaggio di un animale, di cui avvertono la presenza verosimilmente grazie al calore e all’anidride carbonica emessi. Insediati sull’ospite, conficcano il rostro nella cute (il morso è in genere indolore perché emettono una sostanza contenente principi anestetici) e cominciano a succhiare il sangue. Rimangono attaccate per 2-7 giorni, poi si lasciano cadere spontaneamente.
Gli Ixodidi possono trasmettere all’uomo diverse patologie, anche gravi, in quanto vettori di microrganismi:
- virus (meningoencefalite da zecca o tick borne encephalitis, TBE),
- batteri (tularemia, malattia di Lyme, febbre ricorrente da zecche)
- rickettsie (rickettsiosi, ehrlichiosi)
Nella maggior parte dei casi tali malattie possono essere diagnosticate e trattate risolutivamente. Ma in una percentuale minima (fino al 5%), specialmente in soggetti anziani o nei bambini, possono essere pericolose per la vita.
Passando alla malattia oggetto della domanda va detto che si tratta di un problema particolarmente sentito nei Paesi dell’Europa centro-orientale (la Russia ha il più alto numero di casi). In Italia l’infezione è stata identificata per la prima volta nel 1978 in Toscana. Dal 2000 al 2016 sono state raccolte le segnalazioni relative a 456 casi di TBE confermati in laboratorio (sembra essere più diffusa nel Triveneto). E’ probabile, comunque, che vi sia una diffusione maggiore rispetto a quella risultante dalle notifiche, tenendo conto della frequenza di infezioni inapparenti e delle forme subcliniche.
Un vaccino in effetti è disponibile. E’ costituito da virus inattivato somministrato per via intramuscolare in tre dosi con richiami a cadenza triennale. Non è indicata, invece, la vaccinazione post-esposizione.
Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019 raccomanda la vaccinazione, particolarmente in aree endemiche (ossia dove la malattia è costantemente presente o molto frequente, cosa che non risulta per il Piemonte), per i soggetti professionalmente esposti (contadini, boscaioli), per i residenti in aree rurali, per i viaggiatori che vivono o soggiornano in aree rurali o forestali fino ai 1400 metri.
Se da un lato il Piemonte non è un’area endemica per la TBE, d’altronde, come ho detto, possono essere contratte anche altre malattie in seguito alla puntura di una zecca. E’ importante allora parlare di prevenzione. In generale è consigliato:
• indossare abiti chiari (rendono più facile l’individuazione delle zecche); coprire le estremità, soprattutto inferiori, con calze chiare; utilizzare pantaloni lunghi e preferibilmente un cappello;
• evitare di toccare l’erba lungo il margine dei sentieri e di addentrarsi nelle zone in cui l’erba è alta;
• al termine dell’escursione effettuare un attento esame visivo e tattile della propria pelle e dei propri indumenti (le zecche tendono a localizzarsi preferibilmente sulla testa, sul collo, dietro le ginocchia, sui fianchi);
• trattare gli animali domestici con sostanze repellenti prima di portarli in escursione;
• spazzolare gli indumenti prima di portarli all’interno delle abitazioni.